7 mar 2011

Sempre sull’aretè, la virtù

Author: Giulio Scaccia | Filed under: cambiamento, formazione & coaching

Da Salvatore Natoli, L’Edificazione di sé, Laterza 2010

Il termine appartiene alla medesima famiglia del verbo aretào, che vuol dire “prosperare” e persino “essere fortunati”. Significa anche fertilità. Possedere l’aretè ha allora il valore del mettere a frutto le proprie doti o predisposizioni. Se la si mette in questi termini, denota certa un possesso, ma è soprattutto risultato di un esercizio. Esige applicazione, necessaria alla valorizzazione. Aretè ha, infatti, la medesima radice, ar, del latino ars, che indica l’abilità nel costruire, nel fabbricare: denota perizia e invenzione. L’aretè è fondamentalmente una pratica efficace che dà risultati, ed è quindi degna di merito. E chi merita è, a sua volta, meritevole di essere riconosciuto per quel che ha fatto: ciò spiega perché in greco aretè significa “merito” e perciò anche stima, onore, perfino splendore.

La virtù, a partire dalla stessa gamma semantica, indica, dunque, un’azione ben riuscita. (…) Avere aretè significava, inoltre, avere perizia nella corsa, nella velocità, nel duello, in battaglia. Perfino nella frode e nel delitto. In seguito l’aretè sarà anche una prerogativa dell’intelletto. Per virtuoso bisogna allora intendere colui che sa valorizzare le proprie doti e sa metterle a frutto; e nei riguardi di se stesso colui che è competente dei propri desideri e sa modularli in vista del bene. Così concepita, la virtù altro non è che abilità a esistere, è capacità di padroneggiarsi.

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